Trail Sacred Forests

    Trail Sacred Forests

    Report di Niki Gresteri

    Nelle Foreste Sacre

    Un mio amico diceva che “ogni giorno in cui non vivi, muori”.


    Il mio amico era Paco, ed esprimeva un concetto semplice ed essenziale; ovvero fare sempre le cose con umiltà, dedizione e passione, ogni giorno.
    La corsa non mi ha reso e non mi renderà mai una persona migliore, ma nel tempo l’ultrarunning ha sicuramente cambiato la mia consapevolezza.
    Credo che questo dipenda dalla grande quantità di tempo in cui puoi vagare nella tua testa durante le ore interminabili di una lunga distanza.
    Le opzioni in tal caso sono che tu impazzisca del tutto, che ti senta una specie di eroe, o che invece ti ponga più domande del solito, capendo finalmente che l’essenza dell’ultrarunning non è  aggiungere ego, ma maltrattarlo, limarlo e ridimensionarlo.
    Come mai mi ritrovo qui a correre nel Parco delle Foreste Casentinesi?
    Da qualche anno ho smesso di correre le gare più lunghe e ‘importanti’, semplicemente perché non ne avevo più voglia.
    Ma ogni qual volta mi attacco un pettorale, voglio onorare la gara e chi si è sbattuto per mettere insieme un evento.
    Cerco dimensioni più contenute, possibilmente senza speaker e se fosse possibile anche senza gonfiabili, ma ovviamente questo è solo il mio punto di vista… sto invecchiando e sicuramente sono più spigoloso di un tempo su certe cose (nulla di personale con gli speaker e i gonfiabili, eh !).
    Utmb ha creato un modello di marketing e di business, e la corsa in questo caso è un veicolo che fa girare numeri impressionanti.
    Non è giusto e non è sbagliato, ma se posso scegliere una gara, allora scelgo una realtà con un profilo più intimo, quasi come se fosse un ritorno alle vecchie marce di paese o alle campestri organizzate badando al sodo.
    Un paio di settimane fa ero qui in vacanza con mia moglie. Abbiamo fatto delle belle passeggiate in queste foreste e passando dall’Eremo di Camaldoli, ho avuto l’illuminazione (!) che avrebbero corso o già corso, una gara di cui avevo sentito parlare.
    Non mi sbagliavo: la gara era il trail Sacred Forests e fortunatamente doveva ancora esserci.
    Decido di partecipare senza indugio, rispondendo al più istintivo e maldestro dei miei impulsi, perché purtroppo non ho mai brillato per programmazione e pianificazione.
    Sono allenato ? Ovviamente no, e anche se vado a correre sulle mie montagne ogni qual volta sia possibile, non faccio spesso lunghi o 50 chilometri, come in questo caso.
    Però sono curioso e mi conosco. So che posso stare sulle gambe molte ore e so di saper gestire uno sforzo prolungato. La voglia di correre dentro quelle foreste mi ha spinto ad iscrivermi senza pensarci troppo.
    La corsa si sviluppa intorno a Badia Prataglia, un minuscolo paesino tra le province di Firenze e di Arezzo. Tutto è verde; un verde pieno, grave e cupo, ma ferocemente vivo, selvaggio e misterioso. Boschi e foreste vere e proprie, abbracciano questa piccola vallata di montagna a pochi chilometri da Poppi.
    Il tempo è incerto; pioggia sottile e nebbia silenziosa mi fanno compagnia tutto il giorno. In alcuni tratti, nel cuore della foresta, i faggi sono così grandi e fitti da rendere il sentiero quasi buio.
    L’arrivo all’Eremo di Camaldoli è sempre stupefacente.
    Il sentiero passa davanti e dietro alle mura dell’edificio, avvolto dai faggi secolari.
    Non so se qui percepisco l’essenza del Tempo o l’assenza del tempo stesso, ma è chiaramente una sensazione di benessere profondo e intimo, a cui non serve dare una definizione ‘corretta’.
    Credo che il significato di Foreste Sacre non dipenda dalla pur suggestiva e antica presenza dell’Eremo.
    Indubbiamente luoghi di tale intensità hanno ispirato chi cercava una vocazione, un cammino spirituale, una direzione da seguire.
    Qualcuno cercava e cerca Dio, o chi per esso, secondo il proprio cuore e il proprio sentimento.
    C’è anche chi non cerca nessuno, ma che percepisce un qualcosa di diverso in mezzo alla foresta.
    Ma forse ciò che è sacro, è semplicemente espresso dalla purezza della natura, dalla sua perfezione, dalla sua potenza fragile.
    Perché anche qui nulla è eterno; gli animali vivono e muoiono, gli alberi crollano e marciscono, ma tutto porta con se il rinnovo e la magia della vita.
    La foresta insegna la forza e la delicatezza della vita.
    Con questi pensieri in testa corro e cammino. Spesso cammino perché sono lento ma non ne faccio un dramma.
    Incontro persone con cui faccio un pezzo di strada insieme, presenze impercettibili nella nebbia fitta.
    A volte è proprio il non conoscersi che ci porta ad aprirci reciprocamente con gli altri e a diventare compagni di viaggio per un tempo così breve che in realtà sembra già un pezzo di vita.
    Ma per lunghi tratti sono nella più completa solitudine e anche questo mi piace.
    Pioggia e nebbia, foglie e vento, si scambiano i ruoli, fermandosi e rincorrendosi con infinita eleganza.
    Mi piace pensare che fisicamente questo luogo non appartiene del tutto a nessun uomo, ma che idealmente può essere di tutti.
    Nessuno può possedere la bellezza.
    Tutti possono osservare e contemplare.
    La Foresta Sacra può donare qualcosa a tutti.
    Inizio l’ultima discesa e passo vicino ad una radura dove un cartello in legno indica che quella è “La buca delle Fate”.
    Il nome è bellissimo ed evocativo, con un significato anche equivoco e sfuggente.
    Chissà, mi chiedo, se ci sono ancora le fate, o se le ‘abbiamo’ uccise tutte ?
    Ma non solo qui, mi chiedo se le ‘abbiamo’ uccise in ogni bosco, in ogni foresta, in ogni lago, in ogni montagna ?
    Se le abbiamo uccise tutte, allora abbiamo ucciso anche noi stessi.
    Ma io non credo, non è finita del tutto.
    Nelle Foreste Sacre la vita continua.

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