TOR330 - TOR DES GÉANTS 2025

    TOR330 - TOR DES GÉANTS 2025

    Report di Francesca Capelloni

    Courmayeur, 14/20 settembre 2025, 

    Volevo quella sacca gialla. 


    Mi ha scritto Arthur :“Ciao Fra, tutto bene? Il tuo report da Tor???”

    Ha ragione non ho più scritto nulla,  non è facile, ci ho provato ma non so da che parte iniziare.

    Proviamo così.

    Oggi pomeriggio, in chat con due amici di Milano, mi confrontavo sui prossimi obiettivi. Loro hanno già un calendario definito per il 2026 e mi chiedevo … io adesso, che faccio? Cosa si può correre dopo il Tor. 

    O meglio, cosa  c’è dopo il Tor? 

    Da questa domanda, nata quasi per gioco, nascono queste riflessioni che vorrei condividere con voi.

    Non so cosa ci sia o sarà dopo il Tor, però conosco perfettamente cosa c’è stato prima; ci sono stati anni di chilometri, gare andate bene e altre un po’ meno, qualche piccolo infortunio, per fortuna mai nulla di serio, lunghe escursioni in montagna e Cammini. 

    Poi ci sono questi ultimi dieci mesi e quando sai che la tua iscrizione è andata a buon fine entri in una “grossa bolla” di allenamenti programmati (tanti ma non estenuanti, non serve), di gare di avvicinamento (dove devi metterti in testa che non sono loro l’obiettivo, difficile per un’agonista, sono  “solo” passaggi obbligati, non devi saltare, devi arrivare al traguardo, anche se sei al lumicino non puoi permetterti di non chiudere),  poi ci sono le notturne (parecchie notturne, perché con la notte ci devi fare amicizia: ci sono rumori, odori, sensazioni, figure che prendono forma, cespugli che si muovono e gli occhi delle mucche che, di notte, si accendono illuminati dalla luce della frontale, e fin che sei in compagnia tutto bene … ma da sola un pochino meno) infine ci sono le discese, il mio vero grande dilemma. Non c’è nulla da fare, sono un tronco. E allora se non funzionano le discese sai che devi darci dentro in salita. Infiniti gradini, ripetute medie, brevi e lunghe e ancora gradini, gradini e gradini. Conosco e saluto tutti i cani da guardia delle case in collina dietro casa mia, questa estate sono stati una compagnia fissa.

    A furia di salire e scendere, correre di notte e testare gli incastri nello zaino arriva il giorno della gara, ma tu ormai sei dentro alla tua “grossa bolla” da mesi, sei tutt’uno con la gara, l’hai costruita con attenzione e soprattutto l’hai fortemente voluta e cercata. Nessuno ti ha obbligato ad essere lì e, come mi ha detto un amico, una volta che ti metti in movimento da Courmayeur ci sei solo tu con la tua “personale” sfida e nient’altro. Tutto il resto svanisce, si “sospende” in una parentesi temporale nella quale ti immergi e il tuo quotidiano va in stand by. 
    Ed è stato veramente così, lungo quei 330 km nella tua bolla entrano stellate notturne tra i 2000 e i 3000 metri che ti lasciano senza parole (e fiato) o le luci delle frontali che vedi scendere lungo il versante destro e, allo stesso tempo, risalire  il sinistro della valle e tu sei lì nel bel mezzo di quella folle armonia. 

    Nella tua bolla poi ci sono i volontari sempre con una parola buona di incoraggiamento, che ti aiutano a chiudere la sacca gialla ( in realtà il Tor l’ho fatto perché volevo quella sacca) e ti indicano, vedendoti un po’ “stanchina”, il vicino attacco del sentiero per Ollomont. 

    Nella tua bolla poi, per periodi più o meno brevi entrano altri concorrenti. Ci scambi due parole o racconti di vita, ci si aiuta un po’, soprattutto di notte per restare svegli, oppure  ci sono gli sguardi con volti conosciuto, c’è Michele Parodi, al seguito di  Alessandro, con parole di conforto che ricambio ( scusa ) rovesciandogli addosso un’intera, o quasi, bottiglia d’acqua ad un ristoro notturno … non so bene dove … non so bene quando. Ma l’ho fatto.

    E poi ci sono tutti quei meccanismi che non devi dimenticare se, volutamente, hai scelto di non avere assistenza: devi ricordare di caricare frontali, cellulare e Garmin. Cambiare le calze il più possibile, tenere i piedi puliti, mettere vaselina e cerotti nei punti strategici e, magari, lavarti un pochino.  Ma soprattutto devi riuscire a chiudere gli occhi nelle basi vita, un’oretta non di più, e mangiare che è la cosa più importante. Se non mangi a Courmayeur non arrivi. Per cui brodo, riso, pasta, patate, pane e poi ancora brodo, riso, pasta e patate senza dimenticare il caffè, tanto caffè, troppo caffè.  

    L’ho fatta fin troppo lunga e ancora ci sarebbe da dire ma 330 chilometri sono troppi da raccontare e finirei per annoiarvi più di quanto non abbia già fatto. 

    Chiudo dicendovi che quando ho toccato l’ultimo colle, il Malatrà, tra quelle due lame di roccia grigie la mia bolla è esplosa, ho sentito che la mia avventura era terminata. Mancavano 20 chilometri ancora, vero. Ma la sensazione di avercela fatta l’ho avuta lì, a cavallo di quell’ultimo colle.  Il Malatrà è stato in un certo senso il mio vero arrivo personale anche perché la discesa a Courmayeur è stata una pena, il dolore ai piedi ha preso il sopravvento,  meno male che avevo qualche oretta da parte altrimenti avrei rischiato di giocarmi la gara, sull’ultimo colle, per colpa di qualche ciocca (si dice così vero?)

    Questa ultima cosa delle vesciche va risolta, ci devo studiare, di certo non per un secondo Tor, tanto la mia bella sacca gialla ce l’ho ! 

    Buona la prima e ne sono orgogliosamente felice.

     

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