Report di Sergio Pinelli
New York, 2 novembre 2025
Sono da poco atterrato a Roma e, nella lunga pausa prima della coincidenza per Genova, ho ripensato alla gara di domenica.
Ho pensato al rumore, al tifo, alla musica, alle mani che puoi toccare, al calore che le persone ti fanno sentire durante quella che è a tutti gli effetti la festa della loro città. Ti fanno sentire importante, uno di loro, ti spingono, in qualche momento ti risucchiano quasi; come quando inizi la discesa dal Queensboro Bridge e passi dal silenzio, perché sui ponti il pubblico non è ammesso, al boato che proviene da Manhattan. C'è in effetti qualche spazio di silenzio, è vero, principalmente sui ponti, si diceva, le cui piccole salite si fanno sentire sulle gambe nel percorso molto mosso della maratona e vanno affrontate con prudenza, e poi a South Williamsburg, quartiere della comunità Chassidica di New York, dove la vita continua a scorrere come se niente fosse. In questa gara si trova il compendio della maratona, si trovano la fatica e la soddisfazione, perché il percorso è duro, con costanti saliscendi, si trovano la passione e il rispetto, per tutto ciò che ti circonda. Io sono rimasto stregato dall'atmosfera, come si è capito, e poi da molte cose che mi sono rimaste negli occhi: i brownstones di Brooklyn, i grattacieli che si scorgono quando si sale e si scende sul Pulanski Bridge, l'autunno sulle foglie di Central Park, per provare a ricordarne qualcuna. Per ricavare una conclusione da questi appunti di viaggio, credo che si possa dire che la maratona di New York è una gara da preparare con scrupolo, perché è tosta, e da continuare a pensare dopo, per lasciar sedimentare e immagazzinare tutte le emozioni che ti trasmette.
